Da oltre un secolo l’esistenza di un’enorme e fiorente barriera corallina al largo delle coste argentine è nota, ma ancora nascosta. Recenti spedizioni guidate dallo Schmidt Ocean Institute hanno finalmente rivelato questo ecosistema nascosto con dettagli sorprendenti – e gli scienziati stanno ora correndo per capirlo e proteggerlo.
La scala della scoperta
Due viaggi di ricerca nel 2025 hanno esplorato il canyon sottomarino di Mar Del Plata, una struttura che rivaleggia in dimensioni con il Sud Africa e che si tuffa a profondità superiori a 3.500 metri. Queste spedizioni non riguardavano solo la mappatura; si trattava di testimoniare un ambiente straordinario. Il biologo Santiago Herrera ha descritto la scena come “lussureggiante”, così vibrante da sembrare più tropicale che di acque profonde. Le colonie di coralli delle profondità marine, a differenza delle loro controparti delle acque poco profonde, prosperano nella completa oscurità, filtrando i nutrienti dalla materia organica che affonda.
Riconoscimento virale e valore scientifico
Le spedizioni non furono condotte in segreto. I ricercatori hanno trasmesso filmati in live streaming su YouTube e Twitch, affascinando un vasto pubblico argentino. Le trasmissioni raggiunsero il picco di oltre 92.000 spettatori e vinsero persino un prestigioso Premio Martín Fierro, l’equivalente nazionale di un Emmy. L’attenzione virale sottolinea il fascino del pubblico per le scoperte nelle profondità marine. Al di là dello spettacolo, le spedizioni hanno prodotto dati biologici inestimabili. È in corso l’analisi del DNA per identificare almeno 40 specie potenzialmente nuove, evidenziando quanto resta ancora sconosciuto sulle profondità dell’oceano.
Sforzi di conservazione e sfide di restauro
La barriera corallina appena scoperta non è immune alle minacce globali come l’aumento della temperatura dell’acqua e l’acidificazione. Tuttavia, il suo isolamento gli ha risparmiato finora gli impatti peggiori, offrendo agli scienziati una rara opportunità di studiare un ecosistema corallino sano. Per favorire la preservazione, i ricercatori stanno sperimentando strutture coralline artificiali realizzate in cemento e aragonite, sperando di fornire un substrato per la colonizzazione dei polipi. Questo approccio, preso in prestito dagli sforzi di ripristino delle acque poco profonde, è in gran parte non testato nelle profondità marine. Come dice l’ecologista Erik Cordes: “In un certo senso lo inventiamo man mano che andiamo avanti”.
“Abbiamo ancora la possibilità di dedicarci alla conservazione invece che al restauro”, afferma il capo scienziato della spedizione Daniel Lauretta. “E questo è fondamentale perché è molto più facile e semplice proteggere piuttosto che ripristinare, soprattutto nelle profondità marine”.
La scoperta sottolinea l’urgenza di proteggere gli ecosistemi inesplorati. Sebbene gli sforzi di ripristino possano rivelarsi necessari, l’obiettivo primario deve essere in primo luogo la prevenzione dei danni. Sono previste ulteriori spedizioni per valutare le strutture artificiali e mappare l’intera estensione di questo straordinario sistema di barriera corallina.
Questo mondo nascosto, ora portato alla luce, funge da potente promemoria delle profondità inesplorate dell’oceano e della necessità fondamentale della sua conservazione.

















